” SCRIVERE? UN GRAVE ATTO D’INSUBORDINAZIONE”

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Ennio Flaiano

NELL’INEDITO DI ENNIO FLAIANO IL PUNTO DI ARRIVO DELLA SUA VITA

25 GENNAIO 2019 – Quello che uno scrittore riassume nel suo ultimo anno di vita è il condensato della sua esistenza, che si porta nell’aldilà senza modificarlo più. Questo accade in particolare quando egli ha consapevolezza che la sua avventura umana è prossima alla conclusione, per delle disillusioni o per un malattia. E questo sembra sia accaduto per Ennio Flaiano che nel suo “Divano meridionale” ha dettato ad un magnetofono nel 1971 degli spunti che saranno svelati, da inediti che sono oggi, al pubblico nei prossimi anni; ad incominciare da mercoledì al “Teatro Vittoria” di Roma.

Mah! Pensava Orlando, che importanza ha essere vissuti per tanti anni se un giorno solo ci fa capire che non ci resta niente” è la drammatica confessione che Flaiano fa al “gelosino” (“Geloso” era la marca di pratici e preziosi registratori portatili). Nel “Divano” questa confessione è attribuita ad Orlando, che decide così di allontanarsi dalla città per vivere in un piccolo centro di provincia, dove riconquista il contatto sano con i libri, nella piccola libreria di una casa modesta. Nelle grandi biblioteche, chi “ha bisogno di una citazione o di una pagina speciale o di rivedere un testo” ha a disposizione le “macchine elettroniche”. C’è molto di profetico in quello che Flaiano confessa al suo registratore e che sarà ascoltato mercoledì al Testaccio. Flaiano è fiducioso sul ruolo dei libri di carta: “Libri che parlano di amore. (…) Sono libri un po’ vecchi in cui le cose sono descritte con una passione smodata, senza freno”; cioè libri che dànno emozioni forti e Orlando “avrà un sorriso sulle labbra”. Del resto, “tutto ci fa sorridere quando torniamo in una casa che ci è appartenuta, che ci ricorda un’età superata. Insomma, in provincia sono rimaste vive certe superstizioni. Non vi è da dubitare che qualcuno coltivi ancora l’Arte nel suo intimo o nella sua casa, che ci siano poeti, è possibile”.

Come non riconoscere Ennio Flaiano, con il disincanto che gli ha fatto osservare il mondo da un promontorio, nell’Orlando che “quella mattina si era svegliato di malumore”?

Eppure proprio questo stato d’animo lo spingeva a scrivere, operazione che dimostrava una grande consapevolezza: “Facendo ciò sapeva di contraddire gli ordini severissimi delle autorità”. “Cosa scriveva? Egli cercava di mettere delle note in un quaderno. Un grave atto d’insubordinazione”. “Scrivendo quelle poche righe egli stava varcando la soglia di un mondo che non doveva appartenergli. Perché le idee, anche così semplicemente formulate, erano del potere centrale, dello Stato e, in certi casi, anche del Comune. Mai dell’individuo. L’individuo non doveva avere idee ed era questo il principio della felicità terrena”.

Disincanto, dunque, consapevolezza che per essere liberi occorre essere anticonformisti, non accettare le “idee dello Stato”, ma neanche le “idee del Comune”. Questa consapevolezza del protagonista parte dalla noia per il conformismo che porta Orlando ad allontanarsi e a stabilirsi in provincia; dalla invincibile noia di vivere in un mondo programmato e perfettamente rispondente al programma, senza incidenti, senza assilli. Tranne uno: quello di dover smaltire le scorie delle macchine nucleari che partecipavano dell’ordine mondiale, anzi lo incentivavano e lo garantivano soprattutto con una energia a costi ridottissimi. Ma le scorie erano un problema. E le macchine nucleari che le producevano non risolvevano un altro, non indifferente problema: quello della percentuale di suicidi. “Chi non è più capace di resistere in una società simile, è giusto che scompaia per lasciare posto agli altri: il mondo deve essere perfetto”. Certo Flaiano non apparteneva alla schiera di coloro che si volevano togliere di mezzo per non disturbare l’autorità proiettata dall’impulso di realizzare una società a suo modo perfetta. Flaiano era semmai assertore della necessità di scrivere, di compiere “un grave atto di insubordinazione” e di vivere in prima persona, sulle barricate di una intellettualità spinta, di una portentosa macchina capace di trasformare le tante cose lette in altrettante cose da leggere, da far leggere all’uomo del futuro, cioè ad un uomo che sarebbe appartenuto ad una dimensione già vissuta da Flaiano per quella sua grande capacità di “vedere oltre”.

Lo scrittore pescarese, in un passo che non appartiene a questo “Divano meridionale”, fa trasparire una sottile costernazione per aver subito un primo infarto, che lo porterà a seguire cento precauzioni. Egli usa una terminologia tipicamente familiare quando annota, all’indomani del primo abbraccio della morte: “Sono caduto malato”. Si percepisce come avesse percepito quell’anticipo di conclusione del portentoso girovagare nei Campi Elisi della cultura e della ricerca continua di immagini e di spiegazioni, cioè di creazione letteraria che ha del fascinoso. Tutto attraverso “un grave atto d’insubordinazione” che era il suo scrivere.

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