RICOSTRUITA SENZA CRITERIO

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CELEBRAZIONI AQUILANE CHE NON CONVINCONO GLI ABRUZZESI

5 APRILE 2019 – Non è tanto per il costo, quanto per una questione di principio, che queste celebrazioni del decennale non ci entusiasmano. Per dieci anni L’Aquila e l’Abruzzo hanno evitato di parlare della vera causa del disastro del 6 aprile 2009: la classificazione sismica del capoluogo, che fu modificata da una legge del 1962 per evitare che le regole restrittive, vigenti in altre città con la stessa storia sismica dell’Aquila, restringessero le prospettive edilizie di quel capoluogo, già in gravissima crisi dal dopoguerra per via del confronto con Pescara. A L’Aquila dal 1962 si potevano costruire palazzi di sei o sette piani, laddove a Sulmona il limite era di quattro; lo si poteva fare anche su terreno di riporto come quello di Via XX Settembre e in zone dove l’amplificazione sismica era anomala. Eclatante l’episodio di tecnici che, durante la costruzione del parcheggio sotterraneo, riscontrarono casualmente delle scosse che, invece di attenuarsi dopo la prima, si propagavano in crescita: si pensò all’effetto degli apparati di scavo, ma l’angoscia in quei tecnici si impennò quando seppero che quel giorno le talpe erano state ferme. Ne informarono le autorità, che pare addirittura abbiano messo a tacere.

Questa può essere aneddotica.

L’imbroglio della legge che verniciava L’Aquila con una classificazione artatamente più blanda non era aneddotica. Ed aprì le porte al disastro. Siccome la Corte d’Appello è stata ricostruita dov’era, cioè in un luogo esposto più degli altri al prossimo terremoto (che, secondo i cicli statistici, ci sarà quando dell’ultimo si avrà appena una memoria storica); siccome tanti altri palazzi pubblici, dove dovranno recarsi per forza tutti gli abruzzesi perché ospitano amministrazioni di rilevanza regionale, sono stati ricostruiti su altri terreni che non danno alcuna sicurezza; siccome anche questa esperienza non ha insegnato nulla, avremo anche il diritto di non unirci alla retorica di quanti esigono una ricostruzione comunque sia. Noi avremmo preferito una scelta diversa per il futuro dell’Abruzzo.

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