Monelli in villa e monelli attorno a un frate

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ALBERTO CICONE DA VENERDI’ E’ PRESBITERO: PICCOLA STORIA DI UNA SERA DI ROCCARASO

Frate Alberto Cicone a sinistra

27 GIUGNO 2018 – Venerdì a San Panfilo diventa presbitero frate Alberto Cicone, nato a Sulmona, ma originario di Roccaraso e formatosi nella comunità di frati di San Francesco di Paola, in Viale Mazzini.

Affrontava gli esercizi canzonatori dei suoi amici, forse compagni di scuola, in una sera di fine estate di diversi anni fa, davanti al “Bar Gelo” di Roccaraso; aveva una bonomia per quei discoli che ci incuriosì più del saio appoggiato su un fisico così giovane e sotto un viso da ragazzino.

Gli amici lo prendevano in giro, non sapendo come prendere un coetaneo che aveva fatto una scelta così decisa, così impegnativa, forse anche irreversibile per una persona seria. Doveva aver preso le vesti del frate da poco, perché gli dicevano: “Allora adesso sei frate…” E, come fanno i compagni di scuola, lo chiamavano per cognome: “Sei Fra’ Cicone, sei fracicone” e ridevano, non certo per scherno, perché si sentiva l’affetto che ci mettevano. Lui tentava un approccio più serio e rivolgeva loro domande che, per il tono sommesso, non si sentivano a distanza. Ma diffondeva una serenità che spesso si avverte vicino ad un frate: non stava dietro alle parole, alle affermazioni categoriche, guardava al contenuto, con saggezza. Dai frati spesso promana un mondo che ti sta a guardare, almeno da quelli che ci sono capitati a scuola: è come se spirasse aria di convento, di meditazione su tutto quello che fai. E lui era proprio uno di quei frati, anche con amici che erano più attratti dai cellulari.

E’ nato nell’aprile 1979, tre mesi prima che Roccaraso ospitasse il primo rally automobilistico che la riportava al tenore del turismo di livello; è nato dieci mesi dopo che si era spezzata la lunga storia d’amore tra Roccaraso e il Presidente della Repubblica Giovanni Leone, dimessosi nel focoso giugno 1978, per una proditoria iniziativa del Pci non contrastata da una smidollata DC, il Capo dello Stato che ai viscidi che gli andavano ad annunciare che non lo avrebbero difeso non dette soddisfazione: “Facciamo presto, chè posso andare a vedermi la partita dell’Italia”; e di lì a poco scomparve anche la sua villa “Tre monelli” (si vede che a Roccaraso pullulano) che svettava non lontano dalla piazza centrale oggi intitolata a lui.

Porta il cognome di un medico che per primo intervenne dopo la strage di Limmari e l’unico, per decenni, che ne abbia scritto, esempio raro di rifiuto della rimozione collettiva e del silenzio per… decenza o imbarazzo nel raccontare l’inenarrabile.

Era un’altra Roccaraso quella della serata tra giovani amici con frate incorporato, senza il “Caprice” di Gigino Di Gregorio e i grandi artisti che vi passavano. Ma certo continuava, in altro modo, ad essere effervescente, con due mondi di giovani che si confrontavano senza “post” e “like”, ma dal vero, come certamente vero è un saio per chi lo indossa e per chi gli passa accanto.

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