L’ultimo cavaliere a difesa di Madre Natura

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Il gen. Guido Conti al Gran Caffè in Piazza XX Settembre

TRAGICO COMMIATO DEL GENERALE GUIDO CONTI

18 NOVEMBRE 2017 – Il corpo senza vita del generale dei Carabinieri in congedo Guido Conti è stato trovato ieri sera nei pressi di Pacentro, lungo la strada provinciale nell’auto. La sua morte risaliva a qualche ora prima; accanto la pistola e alcuni biglietti, il contenuto dei quali non è stato diffuso. Aveva 58 anni e dall’11 ottobre scorso non faceva più parte del servizio attivo, dopo decenni di operazioni di grosso rilievo nella Guardia Forestale. Formatosi nella Scuola dei forestali di Cittaducale e poi laureatosi, figlio di un altro generale dello stesso Corpo, Michele, Guido Conti lascia la moglie e due figlie.

Mi aveva molto sorpreso la sua decisione di lasciare i Forestali inquadrati nei Carabinieri, perché per conservare la “greca” di generale sulle spalline mi aveva chiesto di difenderlo davanti al TAR del Lazio e poi al Consiglio di Stato per la determinazione di chi aveva impugnato la graduatoria cinque anni fa. Ho conosciuto in quei frangenti l’elite del fu Corpo Forestale, fatta di persone che avevano del loro ruolo una considerazione sacra: una decina di comandanti di altrettante Regioni, tra i quali spiccavano lui per la inchiesta sui veleni interrati a Bussi e Sergio Costa per l’indagine sulla Terra dei Fuochi in Campania. Stare in mezzo a loro era come calarsi in un convivio di antichi cavalieri, che delle cose materiali non si curavano neanche. Eppure, come va il mondo…, Guido Conti mi ha parlato tre mesi fa della scoperta, alcuni anni prima, dell’altro sito infestato di rifiuti tossici, quello della Montecatini di Piano d’Orta, con toni molto più convinti di quelli che usava parlando della inchiesta che lo aveva reso famoso. I richiami alle operazioni di servizio gli accendevano ancora il cuore, mentre stava per dare addio alle armi. Che avesse lasciato quella “greca” convinto di quanto faceva mi era apparso molto improbabile, perché a quelli che chiamava i suoi uomini (cioè al reparto di Forestali che aveva organizzato a Pescara) pensava come ad una famiglia nella quale sarebbe prima o poi tornato quando dall’Umbria sarebbe passato a comandare l’Abruzzo: uno sbocco naturale, già deciso da tempo per quel volersi distinguere nel fare un po’ di più del padre, come è nelle ansie di ogni figlio.

Ho accostato questa sua decisione di lasciare lo Stato (del quale si fregiava sempre di essere un convinto servitore) alla considerazione, della quale non faceva mistero, che la lotta alla delinquenza, in questa fase della vita italiana e della vita abruzzese soprattutto, è destinata a cento fallimenti, per delle connivenze che rafforzano la scalata del malaffare. A forza di vedermi leggere “Il Fatto Quotidiano” quelle mattine che ci vedevamo in Piazza XX Settembre (talvolta prima che partisse per Perugia al Comando regionale), ha cominciato a sbirciare i titoli con diffidenza, poi a leggere il contenuto degli articoli di inchiesta, infine a comprare ogni giorno quel giornale. Di certo quella lettura, che non è rassicurante (ma quale persona intelligente compra un quotidiano per rassicurarsi?) deve averlo convinto che la battaglia per la tutela ambientale in Abruzzo è persa; e andava confermandosi nella convinzione che il suo rientro in Abruzzo era contrastato da più di un politico che lui aveva indagato e che nel frattempo aveva fatto carriera.

Non deve essere stato facile per un servitore dello Stato giungere su un viale del tramonto che altri avrebbe potuto considerare come un’appagante ultima passeggiata a fine carriera, ma che Guido Conti non voleva confondere ed edulcorare.

Peccato: per la comunità che lo ha perso, anche perché non era un fanatico della tutela ambientale a tutti i costi e con ogni mezzo. Sull’incendio del Monte Morrone ad agosto ha usato toni realistici ed è stato il primo a sostenere che la montagna guarirà le sue ferite senza la violenza e la speculazione di rimboschimenti selvaggi, smentendo platealmente chi a dodici ore dalle prime fiamme voleva derogare alla legge che vieta il rimboschimento nei cinque anni successivi all’incendio.

Peccato: perché la divisa inappuntabile, mai con una piega fuori posto (e ostentata verso un ufficiale in congedo della Guardia di Finanza come il frutto vincente, quale era, di una contesa giudiziaria sulla tonalità del grigio prima di virare nel nero intenso dell’Arma) era l’involucro di un grande contenuto civico e ideale che sembrava destinato a non dissolversi mai.

Poi, quando una persona non si mostra più, quando non partecipa più ai riti semplici in Piazza XX Settembre (dove il padre trent’anni fa mi parlava felice della carriera dei suoi due figli nelle istituzioni) bisogna percepire un segnale, anche mentre tutti gli altri segnali sono di senso opposto e proclamano che la scelta di staccarsi la “greca” tanto sospirata sia riflettuta e consapevole e apra nuovi orizzonti.

V.C.

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