“IL CONTINUO DIVENIRE NON POTEVA PIACERE AD AUGUSTO”

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A “PASSATO E PRESENTE” DI PAOLO MIELI LA VICENDA POLITICA DI OVIDIO

11 DICEMBRE 2018 – Da cosa nasce cosa e la mostra alle Scuderie del Quirinale sulla ispirazione dalle Metamorfosi per gli artisti di molti secoli offre lo spunto di nuove indagini sulla figura e sul destino del Sulmonese. Una interessante trasmissione è andata in onda oggi sul canale televisivo “RAI Storia” (e sarà replicata nelle prossime ore). Per “Passato e presente”, curato da Paolo Mieli con l’intervento dello storico Alessandro Barbero, si è parlato di “Ovidio poeta scomodo”. Un elemento di novità, almeno per quello che sono stati gli approfondimenti di questo periodo del Bimillenario della morte, è stato ripreso (con integrazioni) dalla teoria che a condannare Ovidio alla relegazione non siano state le poesie licenziose, quanto il costante riferimento al “continuo divenire” che permea le “Metamorfosi” e in particolare l’ultimo libro.

Un Impero forte e orientato come quello governato da Cesare Augusto non poteva convivere con una poesia che ricordava ogni giorno che anche l’indomani poteva riservare sorprese incontrollabili; imprevedibili come le trasformazioni cantate da Ovidio con tanto verismo da destare preoccupazioni forti in chi doveva conservare lo status quo. Barberio ha introdotto anche il concetto di un Impero greco-romano, anzichè di un Impero romano, per i molti contenuti dell’ellenismo che si andavano sviluppando nel primo secolo dopo Cristo e che si resero più forti e irreversibili nei secoli successivi, quando gli imperatori dalla profonda preparazione culturale andavano a studiare in Grecia, prima di assumere il comando, come soprattutto Adriano, che dei governanti umanisti fu uno degli esempi più fulgidi. In Grecia aveva studiato Ovidio ed aveva assorbito il contatto con le tematiche ellenistiche, a loro volta intrise di contenuti orientali.

Un termine di paragone che durante la trasmissione è stato evidenziato con decisione riguarda il raffronto tra l’Eneide di Virgilio e le Metamorfosi di Ovidio: opera lineare e, quindi, destinata ad una chiusura definita, la prima; opera aperta, circolare, continuamente suscettibile di aggiunte e, pertanto, moderna, ma anche inquietante per lo status quo, la seconda. Mieli ha opportunamente accolto l’invito di Barbero a chiedersi come avrebbe potuto Augusto condannare alla relegazione (“esilio” è stato ripetuto sempre nella trasmissione, con imprecisione forse dovuta alle esigenze comunicative della sintetica esposizione del programma) uno solo dei poeti che a Roma indugiavano nella licenziosità; e quale senso avrebbe avuto limitare ad un solo caso quella che era propagandata come riforma imperiale dei costumi. Del resto, proprio su queste colonne abbiamo riportato il tormento che assale Ovidio da Tomi quando elenca tutte le opere licenziose che erano diffuse a Roma e che continuarono a diffondersi anche prima che Augusto venisse a mancare nel 14 d.C.

Cogliendo uno spunto di accattivante richiamo come si fa nelle lezioni, Alessandro Barbero ha proposto anche una ipotesi del grande successo di Ovidio nel Medioevo, epoca priva di un Impero forte come quello di Roma, e come tale non soggetta ai dettami di ordine politico e sociale tipici delle dittature e ancora per questo più vicina all’esperienza ellenistica: “Un parallelo con la struttura censoria dell’Impero romano si potrebbe azzardarlo con la struttura dittatoriale di Stalin, che pretendeva di intervenire anche sulla moralità sociale. Ma non sapremo mai quali reali motivi abbiano spinto Augusto, perchè non era usuale stilare verbali delle riunioni come pedissequamente veniva fatto all’epoca di Stalin. Non leggeremo mai che Ovidio doveva essere esiliato per un motivo particolare”.

Paolo Mieli

Alessandro Barbero

Lo spunto più rilevante sotto il profilo dell’analisi storica è venuto dal prof. Barbero quando, manifestando la sua perplessità per l’ipotesi che le opere di Ovidio conosciute avessero un contenuto tale di immoralità da richiedere un provvedimento così drastico, ha sottolineato come potrebbe essere possibile (“perché conosciamo quasi niente della vicenda dell’esilio di Ovidio se non per quello che ci ha lasciato scritto”) che una opera in particolare (il “carmen” cui egli accenna nei “Tristia” dal Ponto Eusino) sia stata la causa della dolorosa partenza da Roma. “E può essere che un giorno emergerà da qualche ricerca o da qualche scavo quell’opera che da sola può aver costituito la causa di tutto”.

Questo è l’interrogativo di fondo per chiunque si interroghi sulla vicenda artistica, legata a quella umana, di Publio Ovidio Nasone. E ne formammo tema di una specifica domanda al prof. Luciano Canfora nel secondo numero di questo giornale: forse da una biblioteca ancora sepolta nei piani inferiori dei palazzi di Pompei si potrà leggere, per esempio, l’unica tragedia scritta da Ovidio, la “Medea”, arrivata a noi solo in due versi ai quali accenna Quintiliano. Ma opera che riguarda una maga, per di più artefice di un progetto di avvelenamento del re di Atene Eete per il figlio, sventato agli ultimi istanti. Un parallelo inquietante con la morte del nipote adolescente di Augusto, figlio di Giulia e adottato dallo stesso Augusto, che avrebbe ambito al trono in posizione molto più forte rispetto a quella di Tiberio, figlio della terza moglie di Augusto, Livia, ma non di Augusto.

Per ora sappiamo che Ovidio partecipò alla corrente filo-antoniana per la successione al trono, che tendeva alla designazione di Germanico; forse scavando di più, in qualche parte si troverà la chiave di soluzione di un problema bimillenario.

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