FRANCESCA GHEDINI CHE SU OVIDIO SCRISSE TUTTO

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AUTENTICA SUMMA DI STUDI NE  “IL POETA DEL MITO” DELLA CURATRICE DELLA MOSTRA ALLE SCUDERIE DEL QUIRINALE

23 DICEMBRE 2018 – Non ha scritto

“Ovidio in esilio” di Ion Theodorescu-Sion (1915)

un libro per gente che della metrica di Ovidio conosce tutti i segreti; non ha fatto una ricerca filologica. Francesca Ghedini, che ha curato la mostra aperta fino a gennaio alle Scuderie del Quirinale, ha raccolto nel suo “Il poeta del mito. Ovidio e il suo tempo” le conoscenze di migliaia di anni e soprattutto degli ultimi decenni per proporre una immagine reale del poeta sulmonese nella forma più fruibile, respingendo la tentazione di dare per scontato tutto quello che i millenni hanno elaborato sul grande esule, sul grande poeta dell’età imperiale, il più importante collezionista di miti, il più vivace incisore di narrazioni umane sebbene appartenenti agli dei.

Si snoda per decine di pagine la bibliografia che accompagna questo volume di poco più di trecento pagine che si potrebbe leggere in un giorno se non invitasse alla sosta e alla riflessione in ogni sua pagina, rendendo più desiderabile rileggere il testo ovidiano per confrontarlo con le affascinanti ipotesi dell’autrice; in questa bibliografia si leggono decine di titoli che Francesca Ghedini ha sviluppato da venti anni proprio su Ovidio, tanto da meritare il primo posto tra gli studiosi del Sulmonese.

Le ipotesi sui motivi della relegazione sono ovviamente tante (si parla pur sempre dell’esule che per antonomasia ha costituito il precedente per tutti gli intellettuali non organici), ma a percorrere le pagine della curatrice della mostra del Quirinale si ha l’impressione che quelle finora battute siano poche rispetto alle altre che si addensano nell’esame critico delle fonti.

Una paziente ricostruzione urbanistica dell’Urbe compone Francesca Ghedini riprendendo testualmente i passi di Ovidio da tutte le opere nelle quali si trovano descrizioni di angoli, vie, monumenti e spazi pubblici; e tanto più precisa è la descrizione quanto più è accompagnata dal racconto delle trasformazioni che nel tempo si sono succedute nei luoghi che furono cari al poeta, segno che l’autrice padroneggia la letteratura reperibile sul tema infinito dei rivolgimenti urbani nella città capitale del mondo. Per questo fa espressione di profonda gratitudine al vulcanico annotatore di bellezze architettoniche e giunge ad ipotizzare che non sul mero impulso fantastico il Sulmonese abbia operato, quanto proprio riprendendo lo splendore dei palazzi imperiali della Roma ricevuta da Augusto in legno e restituita in marmo (secondo la nota espressione delle sue “Res gestae”); e avanza l’esempio più affascinante laddove considera ricopiata la reggia del Sole dalla dimora di Augusto nell’episodio di Fetonte, al primo libro delle Metamorfosi.

Davvero un modo di festeggiare il Bimillenario della morte di Publio Ovidio Nasone come l’occasione per avere accanto il suo mondo e quasi viverlo, immaginandosi protagonisti di un gruzzolo di anni nella Roma della magnificenza, quanti potette viverne il grande Vate prima della sua relegazione a Tomi.

Non meno importante è l’immedesimazione di Francesca Ghedini nella realtà della città di origine di Ovidio, cioè della Sulmona che non è solo destinataria della nostalgia della relegazione, quanto, da una prospettiva serena e non luttuosa, di un anelito di armonia e di equilibrio, manifestato anche nelle elegie del tratto di vita felice. E sotto questo ulteriore profilo Ghedini realizza una “summa” delle conoscenze intorno a Ovidio, riprendendo anche le iscrizioni che riportano il nome della stirpe ovidiana come raccolte a Campo di Fano, nel Comune di Prezza.

Tutto documentato, tutto pronto ad essere consegnato alle migliaia di altri studiosi che si avvicineranno a Publio Ovidio Nasone.

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