E se il Bimillenario si fosse fatto a Tagliacozzo?

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Il Teatro Talia e la salita per il Palazzo Ducale a Tagliacozzo

SORPRENDENTE OMAGGIO AL MITO DI OVIDIO IN UN CONVEGNO (RELATORE UN SOCIO DEL CAI IN TRASFERTA AL MONTE GENZANA) – DEUCALIONE E PIRRA NELLA BISACCIA DI UN MENTORE MARSICANO

23 SETTEMBRE 2018 – L’esposizione del relatore iscritto a parlare si avviava sulle sponde di una rimpatriata di vecchi alpini con rimembranze e nostalgie; del resto, si sa, la montagna accentua gli aspetti lirici e certe volte gli sforzi fatti insieme cementano al punto tale da risultare collagenosi anche quando se ne parla dopo venti o trenta anni davanti ad una platea di non alpini o di non iscritti al CAI (che è la stessa cosa, la differenza sta in una divisa).

Così, al convegno “Briganti in cammino” organizzato ieri da CAI e Ordine dei Giornalisti, il baldo relatore ha detto cose interessanti, ma la stava mettendo un po’ di traverso rispetto alla componente essenziale, cioè i briganti, che nel suo eloquio non figuravano. Né, ovviamente, la fantasia degli ascoltatori poteva cucire le loro sembianze su Walter Bonatti o sugli altri protagonisti del racconto. Tra l’altro, chi l’aveva preceduto si era appena ritirato dal tavolo della presidenza citando soltanto i briganti marsicani e del Cigolano e nulla aveva detto su quelli che avevano accompagnato fino al Casolare Mastroddi, in Sante Marie, il generale Joseph Borges, giunto dalla Spagna per riportare Francesco II sul trono e onorato da qualche anno di un busto proprio a meno di un… tiro di schioppo (metro di misura obbligata, si direbbe, date le circostanze) dalle scuderie del Palazzo Ducale di Tagliacozzo.

Il tavolo dei lavori con il Presidente dell’Ordine dei Giornalisti d’Abruzzo, Stefano Pallotta

Poi il colpo d’ala, a pochi secondi dalla chiusura imposta dal presidente del convegno, il Presidente dell’Ordine dei Giornalisti d’Abruzzo, Stefano Pallotta, per motivi legati alla tabella di marcia. L’appassionato di montagna, il mentore dei funerali che si tennero negli anni Sessanta per uno degli scalatori rapito alla vita dalle cime pur amate, racconta di un banale incontro con un ex pastore nel banalissimo Monte Genzana: “L’ex pastore, con il bastone e gli abiti non più da pastore, se ne andava per la strada di montagna dando calci alle pietre che incontrava”. Ci starebbe tutta la massima che quando si ha una meta non si possono dare calci a tutte le pietre, perché si arriva tardi e con le scarpe rotte. Anche questa è saggezza montanara; ci sta tutta.

E invece no. Il relatore dismette il ruolo del nostalgico delle montagne che furono e riferisce di aver detto a quello sprovveduto che, come scrive Ovidio, le pietre sono le ossa della terra e dalla terra risorgono i suoi figli, cioè gli uomini del domani. Quella che nella comoda poltrona del “Teatro Talia” (così c’è scritto sulla facciata e non è caduta la I della seconda parola) poteva sembrare, tra la veglia e il sonno del dopo pranzo, una reminiscenza onirica del mito di Deucalione e Pirra, si concretizzava come se fosse racconto di cose quotidiane e non di uno dei miti più belli delle Metamorfosi, l’anticipazione della narrazione del dopo-diluvio universale in chiave cristiana, proprio quello che “Il Vaschione” ha scelto per rappresentarlo nell’agosto 2016 quale prima manifestazione del Bimillenario della morte del Sulmonese, poi risultata unica al netto delle mostre per lanciare ignoti artisti, saliti a bordo del treno offerto con i soldi della Regione.

Nelle poche volte che abbiamo frequentato il CAI di Sulmona non abbiamo sentito nessuna citazione di Ovidio; fuori della sezione, anzi, in tema ovidiano abbiamo raccolto la sommessa amarezza dell’avv. Totò Maiorano che, quando il rifugio di Monte Amaro fu cambiato di nome (da quello del nonno a quello del fondatore dell’impresa di confetti), si dolse prefigurando che, se se si fosse messo mano al restauro della statua del Ferrari in Piazza XX Settembre dedicata a Ovidio, c’era il rischio che il poeta si potesse trovare con un confetto in mano; e Totò non sapeva che la realtà supera sempre la fantasia e il futuro, una volta che lui fosse passato a miglior vita, riservava non i pur eleganti e profumati confetti, ma addirittura la “certa” d’aglio sulla testa del poeta…

Le lettere estorsive fatte recapitare dai briganti in Marsica per ottenere i riscatti (esposte durante il convegno)

Insomma, è vero che non è il convegno sui briganti che può dare la dimensione della grandezza e della notorietà di Publio Ovidio Nasone; ma questo racconto spontaneo, questo riferimento al mito in sedicesimo e reso con una straordinaria efficacia e affetto filiale (“Siamo tutti figli di Ovidio” aveva esordito con fierezza l’escursionista marsicano su Monte Genzana) ci ha fatto ripensare alla fatica di Giovanni Pansa che delle tracce di Ovidio nella tradizione popolare abruzzese ha scritto due tomi: non su un santo, ma sul più cospicuo esempio di poesia pagana. Oppure a “I mille Santi del giorno” nel quale Bargellini include anche Sant’Ovidio “che accocchie e scocchie”, per via della credenza che giovani sposi e fidanzati potevano sperare in una unione felice se si promettevano amore eterno ai piedi della statua del poeta (quella in pietra, che sta adesso all’Annunziata e non quella di bronzo, esposta alle incursioni dell’aglio perché la vedono in tanti e fa più pubblicità ai bottegai in cerca di fruttuosi bimillenari).

Grandi patrimoni si portano dentro questi del CAI in trasferta dalla Marsica alla Valle Peligna: perché non abbiamo pensato di organizzare il Bimillenario a Tagliacozzo?

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