“CHIEDE TROPPO CHI VUOL SAPERE DELLE MIE VICENDE”

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DA TOMI UN MONITO DI OVIDIO ED UNA MAGICA PREVISIONE

17 FEBBRAIO 2019 – Tutti coloro che si affannano per scoprire quale sia stata la vera causa della relegazione di Ovidio troveranno pace nel leggere i “Tristia”, le elegie che il Sulmonese scrisse da Tomi. Questi versi, che a D’Annunzio piacquero più dei “consigli alle donne per imbellettarsi” e della stessa poesia amorosa, sono un lungo, completo testamento di Publio Ovidio Nasone, che vi ricorda la sua Sulmona e che fa un bilancio della sua straordinaria esistenza, durante la quale fu vicino al padrone del mondo, Ottaviano Augusto: “Tanti affanni soffrii, quante nell’etere brillano le stelle / quanti l’arida sabbia corpuscoli comprende”. E proprio in questa quinta elegia del primo libro, scoraggia decisamente le indagini sull'”error” e sul “carmen” che lo avrebbero perduto allontanandolo da Augusto e da Roma: “E se qualcuno vuole conoscere le mie vicende tutte / costui, più di quello che è possibile chiede”.

Tutto c’è in queste rime della vita di Ovidio. A cercar bene anche la sinistra prospettiva di vedersi cingere il capo della corona d’aglio che Fabbricacultura e Fabio Spinosa Pingue gli hanno appioppato nel 2014, sebbene non sulla sua testa, ovviamente, ma su quella della statua che lo riprende in Piazza XX Settembre: “non esiste corona adatta alle mie tempie”, scrive in modo inequivoco nella settima elegia dello stesso primo libro. E’ impressionante come l’Ovidio, che aveva vaticinato vari aspetti del futuro che attendeva la sua fama (primo tra tutti quel “Sarò detto vanto della gente peligna”, ma anche “se la previsione di un poeta può valere qualcosa, pur dopo che mi sarà tolta la vita, io vivrò”), voglia invitare un amico innominato a non cingergli la testa di qualsiasi corona “Chiunque tu sia, se hai di me un’immagine che mi somiglia, / dai miei capelli l’edera, serto di Bacco, togli”. Nell’edizione a cura di Paolo Fedeli (Einaudi, 1999) si spiega nelle note che “l’edera si addice ai poeti felici e non alle sue tempie”. Figuriamoci l’aglio, che non si addice neanche ai poeti felici e che Fabio Spinosa Pingue voleva solo vendere nei suoi supermercati…

La corona d’aglio sulla testa di Ovidio in prossimità del Bimillenario

E gli avvenimenti degli ultimi giorni ci confermano come la pagliacciata dell’apposizione della corona di aglio sulla testa di Ovidio sia stata sottovalutata dalle Forze dell’Ordine. Infatti, l’altra mattina si sono precipitate vicino alla statua di Ovidio in Piazza XX Settembre ben tre autovetture della Polizia perchè qualche anonimo aveva collocato  manichini fatti solo di… mani per rappresentare il dramma degli affogati in mare: il tutto dopo un quarto d’ora che vi erano stati collocati. Quando fu per l’aglio, la corona rimase per tutta la mattina e parte del pomeriggio, con tanto di carnevale della presentatrice che al microfono guidava le operazioni e un paio di vigili urbani che, invece di impedire quell’imbrattamento (se non proprio danneggiamento), rimanevano come gli allocchi a guardare. Su queste colonne fu invocato l’intervento della Procura della Repubblica proprio perchè un reato era stato commesso e risultava anche abbondante repertorio di prove. Ovidio lo aveva previsto e da “mago” che era considerato nel Medioevo, lo scrisse duemila anni prima, con la sola preghiera di tenere lontane corone dalle sue tempie. Neanche in questo Sulmona è stata capace di assecondare un suo desiderio.

Nella foto sul titolo: “Trionfo di Ovidio” esposto alla mostra “Il poeta del mito” alle Scuderie del Quirinale.

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