“AUGUSTO SARA’ DIMENTICATO, OVIDIO NO” PAROLA DI DONNA

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Il trionfo di Ovidio, di autore francese

INTERESSANTI SPUNTI NEL BIMILLENARIO DEI NUOVI STUDI SUL POETA SULMONESE

10 GENNAIO 2019 – E’ ripagato bene Publio Ovidio Nasone dalla sua fatica di studiare l’animo delle donne. Prima di ogni psicoterapeuta, prima di ogni femminista, Ovidio si è avvicinato al punto di vista delle donne e se ne è fatto partecipe, descrivendo con distacco e senza compiacimento gli scabrosi episodi della “captatio” degli dei (gli dei, proprio loro,  figure esemplari, modelli di vita per i mortali… quelli che secondo Battiato erano stufi anche di essere felici) sulle ninfe, sulle inconsapevoli portatrici di una bellezza che era anche la loro condanna.

E viene ripagato, appunto, dall’interesse del mondo femminile di oggi per lui, per il suo Bimillenario, per i suoi miti. Le donne non sono affascinate degli “Amores” e dei “Remedia amoris”, neppure forse dei più consoni suggerimenti di “Medicamina faciei femineae”: sono rapite dal destino delle creature che diventano statue, piante, minerali, animali (anche i più ripugnanti) e sono affascinate delle imprese sfortunate di eroi come Fetonte, come Orfeo, come Ercole che preannuncia una missione divina sulla terra.

Quello che è sventura, si sa, accende l’amore materno e l’istinto di protezione. Così, il personaggio Ovidio, esule dimenticato dalla Roma a lui contemporanea, ma esule che ha indicato la via della dignità ai mille intellettuali esuli che lo hanno seguito nell’asperrimo destino, viene accolto come vittima dello strapotere di un imperatore che ha scolpito l’ossatura del più grande dominio della storia, ma non ha avuto pietà per il dissidente, l’irridente denigratore di miti intoccabili come quello di Apollo che in Roma doveva reggere lo scettro della divinità condivisa.

Morte di Adone

Donne di alto intelletto e cultura, come Francesca Ghedini, che ha scritto una enciclopedia in sintesi di tutto quello che si potrebbe dire (ed ha raccolto tutto quello che in effetti è stato detto) di Ovidio, giunge ad una interessante conclusione: dopo duemila anni Publio Ovidio Nasone ha superato in prestigio e fama l’imperatore più noto e blasonato di Roma, Ottaviano detto Augusto, il “Cesare” per antonomasia. Lo afferma apertis verbis nel suo “Il poeta del mito”; proprio lei che ha percorso una bibliografia sconfinata, come è quella che riguarda l’Ovidio che ha attraversato il Medioevo dei codici miniati; proprio lei che è giunta ad esaminare a 360 gradi le più recondite leggende religiose della Roma poco più che pastorale come era la capitale del mondo rispetto alla Grecia.

Uno dei numerosi codici miniati esposti alle Scuderie del Quirinale

Il fascino che sulla curatrice della mostra alle Scuderie del Quirinale ha esercitato il vate sulmonese è sintetizzato in una espressione che per la prima volta abbiamo letto in questo agile, ma intenso volume edito da Carracci: quando parla di uno degli amori, Ghedini lo qualifica come “ovidianissimo”, come se esistesse (ma in effetti esiste) una categoria di amori che si possa definire “ovidiana” e come se, in questa categoria, le caratteristiche fossero così peculiari e qualificanti da poter raggiungere il livello superlativo.

Succede, a studiare Ovidio; e del resto Ovidio l’aveva previsto con imperturbabile sicurezza, che a qualche superficiale potrà apparire sicumera. Coloro che avranno raggiunto un livello di conoscenza dell’animo umano non potranno non compenetrarsi nelle descrizioni, nei tratti di penna del peligno che prima di scrivere aveva osservato con un acume non più riproposto dai poeti della classicità, i risvolti della paura e dell’eroismo, dell’egoismo e della generosità, della pietas e della meschinità.

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